Il senso del pensiero strategico: l’avvicinarsi del nemico annuncia guerra, non pace

Amati Lettori,

mancano un paio di settimane alle elezioni politiche, e mentre i nostri politici si concentrano – nelle rispettive campagne elettorali – su promesse da mantenere aumentando la spesa (e quindi il debito pubblico), le alte cariche istituzionali come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni hanno viaggiato in Europa – rispettivamente in Irlanda e in Germania – ponendo l’accento sulla necessità (peraltro non nuova) di una strategia comune soprattutto per quanto riguarda la gestione dei migranti.

L’Europa, da parte sua, negli ultimi giorni ha posto al centro il problema della sicurezza con la Conferenza di Monaco (dal 16 al 18 Febbraio): il più grande evento dedicato alla sicurezza e alle politiche di difesa a livello mondiale, cui hanno preso parte i capi di Stato di 21 Paesi, oltre 80 ministri degli Esteri e della Difesa e decine di capi della sicurezza. L’attenzione si è concentrata soprattutto sul nodo Israele-Iran, questione molto delicata che – a ben guardare – interessa anche l’Italia, e ora vediamo perché.

Brevi cenni storico-geografici: Israele confina a est con la Giordania, con cui ha siglato un trattato di pace nel 1994, e a sud con l’Egitto, con cui firmò un trattato di pace nel 1979. Ma i veri problemi per la sua sicurezza nazionale sono al nord, dove confina con la Siria, con cui è in guerra dal 1948, e con il Libano, dove sono basate le milizie sciite di Hezbollah.

La scorsa settimana è stato abbattuto un aereo israeliano mentre cercava di effettuare un bombardamento in territorio siriano. Bisogna sapere che i bombardamenti degli aerei israeliani in Siria hanno un triplice scopo: il primo è indebolire l’esercito siriano di Assad; il secondo è contenere le milizie sciite di Hezbollah che, pur essendo basate in Libano, sono accorse in Siria per proteggere Assad; il terzo è ostacolare l’avanzata dell’Iran che sta cercando di stabilire una base militare in Siria con il consenso di Assad.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu fa un ragionamento strategicamente corretto: l’Iran arma e finanzia tutto ciò che è nemico di Israele, tra cui Hamas a Gaza e le milizie di Hezbollah in Libano. Di conseguenza, l’avvicinamento dell’Iran al confine israeliano annuncia guerra e non pace. Non a caso, il caccia di Netanyahu stava cercando di bombardare una postazione dell’Iran da cui era partito un drone diretto verso le alture siriane del Golan, occupate da Israele. Date simili premesse, è chiaro che l’abbattimento dell’aereo israeliano non causerà la fine del conflitto, ma una sua intensificazione: più i nemici di Israele si rafforzeranno, maggiori dovranno essere le contromisure israeliane.

L’Italia, dal canto suo, ha attualmente un contingente straniero in Libano. Il 18 Ottobre 2017, la brigata Folgore ha assunto il comando del Settore Ovest della missione UNIFIL, animata da 11.000 caschi blu dell’ONU, tra cui 1.200 militari italiani, che vegliano sul cessate il fuoco fra Israele e il Libano. Si tratta di una forza “cuscinetto”, che naturalmente salterebbe allo scoppiare della guerra. Ecco perché tutto ciò che accade a nord di Israele è rilevante per l’Italia, la quale – a sua volta – dovrebbe iniziare a ragionare in modo strategico, soprattutto per quanto riguarda la politica estera, con uno sguardo ben più ampio volto a comprendere le cause dei problemi, per riuscire ad ipotizzare possibili soluzioni concrete.

Buona Settimana!

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Stefania Barcella
Giornalista iscritta all’albo dei pubblicisti della Lombardia (IT)



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