Il trasformismo non paga: l’inevitabile addio della May e lo scambio di lucciole per lanterne

Amati Lettori,

a conclusione del mese di Maggio si sono tenute le elezioni europee per il rinnovo del Parlamento: hanno votato più di 200 milioni di persone, un numero superiore a quello dei votanti statunitensi ed è bene tenerlo a mente per capire le giuste proporzioni. Nonostante i molteplici slogan sul cambiamento, l’equilibrio politico di fatto è rimasto sostanzialmente lo stesso: crescono i liberal-democratici e verdi, scendono i social-democratici, il Partito Popolare rimane il primo in Europa.

Sul fronte interno, si è verificato un successo della Lega (che è passata, sotto la guida di Matteo Salvini, dal 3% a oltre il 30%), mentre il PD ha superato il Movimento Cinque Stelle. Detto questo, va sottolineato comunque che il trionfo leghista nella sua dimensione non raggiunge il successo – nelle precedenti elezioni – di Matteo Renzi, che oltrepassò la soglia del 40%, e che ciononostante il problema italiano resta il riuscire a trovare una coalizione entro cui poter governare. Tuttavia non ce ne preoccupiamo nel dettaglio ora, poiché tanto per l’Italia quanto per il resto d’Europa governo e Parlamento nazionali restano invariati.

Spostiamo piuttosto l’attenzione sul Regno Unito, che pure ha votato nonostante la Brexit in corso d’opera: immediatamente dopo l’election day, la premier britannica Theresa May ha annunciato, in lacrime, le proprie (ampiamente ventilate) dimissioni. “Sulla Brexit ho fallito”, ha detto. Ed è vero: il suo governo è stato un fallimento, né diversamente poteva essere.

Ricordiamo infatti, brevemente, la sua storia politica: dopo aver sostenuto l’ex premier David Cameron nella sua scalata alla conquista del partito nel 2005, lo raggiunse a Downing Street nel 2010 dove assunse la guida del ministero degli Interni. Rimase sei anni in questa posizione di grande responsabilità in cui ottenne consensi per la sua gestione ferma del dossier immigrazione. Nel 2016, all’indomani della vittoria della Brexit al drammatico referendum del 23 Giugno 2016 lo sostituì e, dopo aver fatto una timida campagna a favore del “remain”, sposò immediatamente il risultato del referendum annunciando: “Adesso siamo tutti Brexiters”.

Al di là del fatto che portare le persone a una scelta binaria – “sì/no”, “remain/leave” – su problemi per i quali non esiste una soluzione binaria (poiché la gamma è assai più vasta e complessa) finisce per essere ingannevole, il punto vero è questo: quando il popolo vota e decide, chi governa non si può opporre a tale decisione, ma può (e deve) mantenere un’autonomia di giudizio senza pensarla necessariamente come la maggioranza. May, però, si è insediata dopo aver sostenuto con Cameron l’opzione “perdente”.

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La democrazia non è trasformismo, è questo lo scotto che ha pagato: il vicolo cieco nel tentativo di cercare di guidare, in qualche modo, razionalmente la Brexit. Il risultato non poteva che essere un addio definitivo: posta la possibilità di decidere se rimanere o andarsene, posta la volontà personale di rimanere, posta la decisione – seppur spaccata a metà – di andarsene della quale ha dovuto prendere atto, posta la volontà di trovare un accordo di “buona uscita”, posto il non riuscire a trovare un’intesa fra le diverse anime del governo, che alternativa poteva esserci al lasciare tutto, seppur con l’immenso dispiacere di aver fallito la propria missione…?

Forse la verità era che il Regno Unito non avrebbe mai dovuto andarsene dall’Europa, e che una tale scelta non andava nemmeno posta in essere. Forse le lucciole scambiate per lanterne che hanno fatto prendere decisioni tanto sbagliate quanto irreversibili non brilleranno più nei prati delle prossime estati, ma – per il momento – resta da fare i conti con quel ch’è stato, sperando di non farsi troppo – e ancor più – male.

Buon Giugno!

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Stefania Barcella
Giornalista iscritta all’albo dei pubblicisti della Lombardia (IT)



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