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La guerra a Gaza
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, di estrema destra, domenica mattina ha guidato un’incursione di coloni sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, presso la moschea di Al-Aqsa, accompagnato dal parlamentare del Likud Amit Halevi.
Continua l’ondata di morte di civili, molti richiedenti aiuto, nella Striscia di Gaza. Parallelamente soffrono anche gli ostaggi, circa 20 ritenuti ancora vivi, come mostrato in un video shock diffuso da Hamas.
I negoziati sono in stallo: Hamas ha ribadito che non accetterà di deporre le armi finché non verrà istituito uno Stato palestinese.
Per ora sono 147 su 193 i Paesi membri delle Nazioni Unite che riconoscono lo Stato di Palestina. A Settembre, con il riconoscimento da parte di Francia, Regno Unito e Malta, i membri dell’ONU che hanno assunto questa posizione diventeranno 150.
L’elenco comprende molti Paesi mediorientali, africani e asiatici, ma non il Canada, la maggior parte dell’Europa occidentale (tra cui l’Italia), l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud e – soprattutto – gli Stati Uniti: nel 2024 hanno usato il loro veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU su una di risoluzione che avrebbe aperto la strada alla piena adesione della Palestina alle Nazioni Unite.
La guerra in Ucraina
Mentre proseguono i raid russi su Kiev, il presidente Volodymyr Zelensky, riferisce in un post su Telegram che l’Ucraina sta lavorando su un nuovo incontro con i russi a Istanbul.
La cerimonia del Ventaglio
In occasione della Cerimonia del Ventaglio – storico incontro con i componenti dell’Associazione Stampa Parlamentare per fare il bilancio di un anno di attività politica – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è entrato nel merito dei due scenari di guerra ad oggi più allarmanti. Di seguito le sue parole.
Su Israele e Gaza
“Sul Medio Oriente è persino scontato, purtroppo, affermare che la situazione a Gaza diviene, di giorno in giorno, drammaticamente più grave e intollerabile; e speriamo che alle pause annunziate corrispondano spazi di effettivo cessate il fuoco.
Due mesi addietro, in una delle occasioni più solenni del Quirinale – l’incontro, per la nostra Festa nazionale, con gli ambasciatori che rappresentano in Italia i Paesi di ogni parte del mondo – dopo avere ricordato l’orrore del barbaro attacco di Hamas del 7 Ottobre di due anni fa, con tante vittime tra inermi cittadini israeliani e con l’ignobile rapimento di ostaggi, ancora odiosamente trattenuti, ho sottolineato come sia inaccettabile il rifiuto del governo di Israele di rispettare a Gaza le norme del diritto umanitario, ricordato pochi giorni fa – appunto – da Leone XIV.
Ho aggiunto, in quell’incontro, che è disumano ridurre alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani e che è grave l’occupazione abusiva, violenta, di territori attribuiti all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania. Ho espresso l’allarme per la semina di sofferenza e di rancore che si sta producendo, che, oltre ad essere iniqua, contrasta con ogni vera esigenza di sicurezza.
Quel che è avvenuto nelle settimane successive è ulteriormente sconvolgente. Sembra che sia stata scelta la strada della guerra continua e ovunque, dimenticando che la guerra suscita nuove schiere avverse, nuovi reclutamenti di nemici, indotti anche dal risentimento, dalla frustrazione, dalla disperazione.
L’incredibile bombardamento della Parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza è stato definito un errore. Da tanti secoli, da Seneca a Sant’Agostino, ci viene ricordato che “errare humanum est, perseverare diabolicum”.
Si è parlato di errori anche nell’avere sparato su ambulanze e ucciso medici e infermieri che si recavano per dar soccorso a feriti sui luoghi più tragici dello scontro, nell’aver preso a bersaglio e ucciso bambini assetati in fila per avere acqua, per l’uccisione di tante persone affamate in fila per ottenere cibo, per la distruzione di ospedali uccidendo anche bambini ricoverati per denutrizione.
È difficile, in una catena simile, vedere una involontaria ripetizione di errori e non ravvisarvi l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente. Una condizione raffigurata, in maniera emblematica, dal bambino ferito, accolto con sua madre in un ospedale italiano, dopo aver perduto il padre e nove fratelli – tutti bambini – nel bombardamento della sua casa”.
Su Russia e Ucraina
“Prosegue, angosciosa, la postura aggressiva della Russia in Ucraina: un macigno sulle prospettive del continente europeo e dei suoi giovani.
Vorrei, anche su questo, rassegnarvi alcune riflessioni, ricordando un episodio avvenuto in questo Palazzo e che mi appare intensamente significativo. Nel Settembre del 2021 questi saloni hanno ospitato l’annuale riunione tra i Presidenti di Repubblica dell’Unione Europea senza compiti di governo.
Nel corso delle discussioni, il Presidente di allora della Finlandia – Sauli Niinisto – comunicò a quanti eravamo presenti che, considerato che il 2025 – quest’anno – sarebbe stato il cinquantesimo dalla Conferenza di Helsinki del 1975 sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, la Finlandia avrebbe promosso una nuova Conferenza per esaminare lo stato della cooperazione nel Continente e definirne criteri di sviluppo.
Alla base di questo annuncio vi era l’orgogliosa rivendicazione della possibilità per la Finlandia di svolgere, nuovamente, questo ruolo perché neutrale. Dopo cinque mesi, la Finlandia ha chiesto, con determinazione, di entrare nella NATO, di cui oggi fa parte. Perché l’aggressione della Russia all’Ucraina ha cambiato la storia d’Europa.
Quel grande Paese, che tale rimane, malgrado le gravi responsabilità che la sua attuale dirigenza si è assunta di fronte alla storia, e sulla cui collaborazione avevamo nutrito ampia fiducia nell’Unione Europea, ha assunto sempre più una sconcertante configurazione volta allo scontro di potenza militare.
È ben noto che i Paesi dell’Unione e della NATO che, insieme alla Russia, si affacciano sul Mar Baltico nutrono la grave preoccupazione, se non – come viene enunciato – la convinzione che la Russia, dopo quella all’Ucraina, coltivi il proposito di altre, nuove iniziative di aggressione, a scapito della loro sicurezza se non addirittura della indipendenza di alcuni di essi.
Questi mutamenti – così profondi e inattesi – hanno provocato, tra le altre conseguenze, un comprensibile disorientamento nelle pubbliche opinioni. Disorientamento aggravato da una abile e perversa opera di diffusione di false notizie e di false raffigurazioni. Sul piano della realtà delle relazioni internazionali la scelta e la postura della Russia hanno, più che stravolto, cancellato l’equilibrio; equilibrio che garantisce la pace e dissuade da avventure di guerra.
È la storia – maestra di vita – che insegna che, fin tanto che non saremo riusciti a eliminare dalla vita internazionale le tentazioni di dominio su altri popoli (ciò che, più o meno, equivale a voler eliminare il male dall’umanità), è l’equilibrio che impedisce di seguire le tentazioni di dominio.
Assumendo come punti iniziale e conclusivo il blocco di Berlino del 1948 e la caduta del muro di Berlino del 1989 – interessante notare che si va da un evento all’altro della medesima città – per alcuni decenni abbiamo vissuto – persino nella crisi di Cuba del 1962 – in condizione di pace o, se si vuole, di assenza di guerra di portata mondiale, per effetto dell’equilibrio nucleare tra i due grandi blocchi contrapposti.
Successivamente, per un buon numero di anni, abbiamo vissuto nell’equilibrio determinato dalla rassicurante prospettiva di un ampio disarmo nucleare: dagli accordi per la riduzione degli arsenali, effettivamente realizzata, agli accordi di non proliferazione, alla scelta di dar vita, in Europa – tra l’altro con la partecipazione anche della Russia – a un organismo per una sicurezza continentale condivisa, l’OSCE. Un equilibrio, questo, finalmente positivo, realizzato quanto meno tra quelli che erano stati i poli mondiali contrapposti dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dal 2022 questo equilibrio – già indebolito da alcuni ritorni indietro sugli impegni assunti – non c’è più. È urgente ripristinarlo. Non per coltivare prospettive e pericoli di guerra ma, al contrario, per preservare la pace. Da qui l’esigenza di adeguate capacità difensive dei Paesi raccolti nell’Unione Europea, affinché questa possa realmente svolgere il ruolo cui è chiamata: essere attrice di sicurezza e promotrice di pace.
A questo corrisponde l’urgente necessità della costruzione della politica estera e di difesa comune. Comune politica estera e di difesa anche allo scopo di rendere effettiva e non illusoria la sovranità dei suoi Paesi membri, condividendone aspetti di dimensione sovranazionale”.
Il Giubileo dei Giovani
Questa è stata la settimana del Giubileo dei Giovani. Papa Leone XIV, al termine della Santa Messa di accoglienza al Giubileo dei Giovani, ha voluto raggiungere anche i giovani rimasti fuori da piazza San Pietro: con la papamobile si è spinto fino a quasi Piazza Pia, percorrendo Via della Conciliazione.
Nelle sue parole a braccio, il Pontefice ha definito i giovani “sale della terra” e “luce del mondo”, quindi li ha esortati ad essere testimoni di pace e di speranza in un tempo segnato da conflitti e divisioni. Quindi ha esortato la piazza a gridare per la pace: “Il nostro grido deve essere anche per la pace nel mondo. Diciamo tutti: Vogliamo la pace nel mondo!”.
Nell’omelia della Santa Messa finale, invece, il Papa ha sottolineato come l’incontro con Cristo Risorto “cambi la nostra esistenza” e “illumini i nostri affetti, desideri, pensieri”. Le fragilità “non devono spaventarci, quasi fossero argomenti tabù, da evitare”. Anche perché “la fragilità di cui ci parlano è parte della meraviglia che siamo”. E ancora: “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno”.
Nell’Angelus, un passaggio speciale sui conflitti in corso nel mondo: “Siamo con i giovani di Gaza, con i giovani dell’Ucraina e di ogni terra insanguinata dalla guerra”. “Voi siete il segno – ha affermato il Pontefice rivolgendosi al milione di ragazzi e ragazze sulla spianata – che un altro mondo è possibile, un mondo di amicizia in cui i conflitti non vengono risolti con le armi ma con il dialogo”.
I dazi di Trump
Il dialogo e l’accordo stipulato dal tycoon e dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in Scozia hanno retto: i dazi sono stati confermati al 15%. Nella notte del 1° Agosto, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato come previsto l’ordine esecutivo per i dazi che entreranno in vigore dal 7 Agosto, una settimana dopo quanto annunciato.
La tariffa del 15% colpisce, almeno in una prima fase, icone del made in Europe come vino, champagne, whisky e liquori. Per ora non sono previste esenzioni, anche se la Commissione europea – trainata dalla spinta di Italia e Francia sull’agroalimentare – si è detta “determinata” nel voler strappare “il numero massimo possibile di deroghe”.
L’ordine esecutivo non attua ancora altri elementi dell’accordo, in particolare l’impegno a ridurre le tariffe statunitensi sulle automobili e su componenti automobilistici a un tasso massimo del 15%, né prevede trattamenti specifici su prodotti strategici, rimessi a provvedimenti statunitensi.
La Commissione europea, dal canto suo, dal 4 Agosto e per sei mesi, si è mossa per congelare i contro-dazi sui beni statunitensi per un valore complessivo di 93 miliardi di euro.

Stefania Barcella
Giornalista iscritta all’albo dei pubblicisti della Lombardia (IT)