Il senso del “bonus dei no”: smettiamo di essere vanesi, solo un dialogo vero può aiutarci

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Amati Lettori,

con l’inizio del mese di Settembre si torna gradualmente alla routine quotidiana. Mentre la preoccupazione principale dell’Italia dovrebbe essere quella di far quadrare i conti pubblici, e il ministro dell’Economia Giovanni Tria si sta prodigando a rassicurare sul fatto che alle dichiarazioni seguiranno azioni concrete del governo, da appena oltre il Mediterraneo giungono serie preoccupazioni sulla guerra in Libia.

L’inizio dei disordini nel Paese arriva da lontano e risale al 17 Febbraio 2011, data del crollo del regime di Gheddafi, il quale governava dal 1969. Da allora, la nazione si è divisa in fazioni rivali che causano conflitti armati, contribuendo alla proliferazione di una miriade di milizie, gruppi jihadisti e trafficanti di esseri umani. La prima guerra civile ha avuto luogo tra il Febbraio e l’Ottobre del 2011 e ha visto le forze lealiste di Gheddafi contrapporsi a quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione. Tuttavia, da quando l’intervento della NATO – guidato dagli Stati Uniti e dalla Francia – ha abbattuto Gheddafi, nell’Ottobre 2011, la Libia non ha mai compiuto una transizione democratica. Ad oggi, il potere politico è diviso in due governi. Il primo, creato dall’ONU con gli accordi di Skhirat, il 17 Dicembre 2015, ha sede a Tripoli ed è guidato, dal 30 Marzo 2016, dal premier Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite e dall’Italia. Il secondo, invece, ha sede a Tobruk ed è appoggiato principalmente da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

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Un buon inizio per promuovere la stabilizzazione del Paese sarebbe la riduzione delle influenze esterne che alimentano il conflitto. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno altresì ignorato apertamente le sanzioni internazionali sulle armi, continuando a rifornire di artiglieria pesante il comandante Khalifa Haftar, attualmente a capo della Libia orientale. Da parte loro, invece, Qatar e Turchia sono stati accusati di fornire supporto politico alla fazione occidentale. Ingerenze esterne arrivano anche dall’Europa, in particolare da Francia e Italia, le quali si sono scontrate più volte per decretare chi dovesse dettare gli sviluppi politici nel vicino Paese nordafricano. Roma e Parigi nel 2011 hanno guidato congiuntamente la campagna contro Gheddafi, tuttavia, oggi, sono responsabili di un pericoloso tiro alla fune. A conferma di ciò, il 29 Maggio, la Francia, sostenuta dagli Emirati e dall’Egitto, aveva ospitato un vertice sulla Libia, tentando di imporre la propria visione sulla risoluzione del conflitto. Tale approccio, tuttavia, non è stato accolto dall’Italia, la quale si è opposta al piano francese, allineandosi con gli Stati Uniti e proponendo di tenere un’altra conferenza internazionale, questa volta a Roma, probabilmente nel mese di Novembre.

Un ulteriore passo verso la ripresa della Libia sarebbe la promulgazione di una nuova Costituzione, documento che il Paese non ha ottenuto da quando Gheddafi è salito al potere nel 1969. A conferma di ciò, contro l’idea francese secondo cui le nuove elezioni, previste per Dicembre, dovrebbero svolgersi rapidamente, molti cittadini libici chiedono che prima venga votata una nuova Costituzione. Già nel 2014, un corpo di 60 membri eletti aveva redatto un nuovo statuto, il quale dovrebbe essere approvato con una maggioranza di 2/3 in un referendum nazionale. In linea teorica sarebbe compito del Parlamento libico, cioè la Camera dei Rappresentanti basata a Tobruk, approvare una legge referendaria per guidare il processo. Tuttavia, alcuni membri della Camera, già contrari al progetto di una nuova Costituzione, hanno ostacolato la procedura, rinviando il voto nella speranza che l’idea venga abbandonata.

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In tutto ciò Matteo Salvini, ch’è ministro dell’Interno e non degli Esteri e dunque – forse – non è esattamente la persona più titolata per trattare determinate questioni, ha affermato che “l’Italia dev’essere la protagonista della pacificazione in Libia. Le incursioni di altri che hanno altri interessi non devono prevalere sul bene comune che è la pace”. Peccato che la parola “pace” – così come in passato la “sicurezza”, la “democrazia”, la “libertà”, la “civiltà” – venga utilizzata da chi è interessato più al tornaconto personale che al benessere di un altro popolo.

Non solo, per quanto riguarda la questione migranti, ch’è peraltro strettamente connessa con l’instabilità nei Paesi d’origine, Salvini ha detto ch’è finito “il bonus dei no”, che ha fatto tante proposte all’UE ma che sono state tutte respinte. Dunque, la soluzione per lui è: “Faremo da soli”. Ma l’Italia appartiene all’Europa: un’Europa composta da una pluralità di anime e d’idee diverse per il proprio futuro, ma è giusto che quell’Europa sia comunque l’interlocutore di riferimento per quanto riguarda questioni che vanno oltre le logiche del singolo Stato. Non possiamo permetterci di fare quelli che se non vengono ascoltati ed esauditi qui ed ora battono i piedi e mettono il muso, o fanno spallucce e poi restano in silenzio pensando oltretutto di essere nel giusto.

Non c’è vero dialogo se ci si limita a dire quello che si vuole, senza essere ragionevoli e senza comprendere le dinamiche nel loro insieme. Questo non vuol dire che non si debba esprimere la propria opinione o fare le proprie richieste, semplicemente dovremmo evitare l’approccio e l’atteggiamento infantile e immaturo. Dobbiamo cambiare radicalmente il nostro modo d’interfacciarci con i nostri interlocutori se vogliamo essere presi seriamente in considerazione, diversamente continueremo ad essere considerati vanesi che sanno solo pronunciare grandi parole che si perdono nel vuoto.

Buona Continuazione di Settimana.

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Stefania Barcella
Giornalista iscritta all’albo dei pubblicisti della Lombardia (IT)