Il non-senso del prendere tempo senza mai chiudere il cerchio: la finzione scenica delle promesse

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Amati Lettori,

il 30 Giugno 2019 – l’ultimo giorno del primo semestre dell’anno – per la prima volta nella storia un presidente statunitense in carica è entrato in territorio nordcoreano. La stretta di mano fra Donald Trump e Kim Jong-un è nella Storia. Tuttavia c’è qualcosa che non convince: le promesse – ripetute per l’ennesima volta – che, nonostante le possibili buone intenzioni, non saranno mai realizzate.

Le posizioni sono ormai note: Trump ritirerà le sanzioni, soltanto dopo che la Corea del Nord avrà smantellato l’arsenale nucleare; Kim smantellerà l’arsenale nucleare, soltanto dopo che le sanzioni saranno state ritirate. È come continuare a girare in tondo su se stessi in una danza senza capo né coda: il cerchio non si chiuderà mai, perché per chiudersi serve necessariamente il “pezzettino” dell’altro, che a sua volta rotea in un’altra danza anche questa – inevitabilmente – senza capo né coda.

La conseguenza è lo stallo, di cui entrambi i protagonisti in ballo si lamentano, ma che – ciononostante – continuano a perseguire nei propri interessi. I due leader, infatti, puntano a prendere (e perdere) tempo, benché fingano di avere fretta. Qualcosa dunque non torna: che cosa nascondono? Che cosa non dicono? Che cosa muove realmente le loro azioni e – soprattutto – le loro non-azioni?

La realtà è che il punto cruciale dell’auspicabile accordo – cioè che la Corea del Nord distrugga il proprio arsenale nucleare – non può essere soddisfatto: in primo luogo perché sono stati impiegati decenni per realizzare la bomba, pagando un costo economico e sociale enorme; in secondo luogo perché il popolo nordcoreano è ormai identificato con la bomba atomica, per mezzo della quale può permettersi di contare qualcosa nell’arena internazionale.

Ma non è tutto: Donald Trump non sarà presidente per sempre, e potrebbe essere sostituito da un candidato che per vincere le elezioni prometterà di attaccare la Corea del Nord (esattamente come ha fatto il tycoon nei confronti dell’Iran, ritirandosi dagli accordi tanto voluti e firmati da Barack Obama). I presidenti cambiano e purtroppo è ormai evidente come possano distruggere le promesse di pace assicurate dai predecessori.

Dal canto suo, Trump sa perfettamente che la Corea del Nord, anche qualora lo volesse realmente, non potrebbe distruggere l’arsenale nucleare in un tempo così breve da consentirgli di farne un vanto per le prossime presidenziali: il massimo che può ottenere è rassicurare gli americani che Kim non lancerà la bomba atomica contro il loro territorio e dunque – probabilmente – cercherà di firmare un trattato di pace.

La finzione scenica proseguirà dunque con un nuovo evento coreografico, rappresentato dall’invito di Kim alla Casa Bianca. Nell’attesa, nessuno si preoccuperà di procedere allo smantellamento dell’arsenale nordcoreano.

Buon Luglio.

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Stefania Barcella
Giornalista iscritta all’albo dei pubblicisti della Lombardia (IT)